OLTRE LA PERFEZIONE, DIVERSI MA SEMPLICEMENTE UMANI

 

E se imparassero a vivere? Vivere, non soltanto produrre!

 

Siamo a Reggio Emilia e proprio dopo l’esperienza di volontariato fatta con persone adulte

con disabilità ho capito quanto sia importante la vita e, soprattutto, quanto sia importante

godersela.

Dico questo perché oggi siamo circondati da una società che, in modo indiretto, sembra

quasi chiederci di essere tristi, insoddisfatti e continuamente alla ricerca di qualcosa che ci

manca.

Basta pensare alle pubblicità e al messaggio della perfezione che vogliono farci passare: il

corpo perfetto, la casa perfetta, il lavoro perfetto, la vita perfetta. Ma in realtà chi è perfetto?

Nessuno.

E proprio da questa ricerca continua della perfezione, secondo me, nascono piano piano

anche le discriminazioni. Quando ci viene fatto credere che esista un unico modo corretto di

essere, tutto ciò che è diverso rischia di essere visto come sbagliato.

Per questo credo che tutti dovrebbero avere l’opportunità di entrare in contatto con persone

“diverse”, comprese le persone con disabilità. Non per provare pena o compassione, ma per

conoscere, ascoltare e imparare. Per capire che la diversità non è qualcosa da nascondere

o da correggere: è semplicemente una delle tante forme dell’essere umano.

Stare a contatto con queste persone mi ha fatto capire ancora di più il vero senso della vita.

Mi ha fatto capire che non dobbiamo essere perfetti per essere felici, che non dobbiamo

corrispondere all’immagine che la società ci impone e che non c’è nulla di sbagliato

nell’essere diversi.

Basta essere tristi perché non siamo come ci vogliono far credere che dovremmo essere.

E poi c’è un altro aspetto che mi fa riflettere: il modo in cui oggi viviamo.

Passiamo giornate intere a lavorare, affrontiamo turni massacranti, lavoriamo più di otto ore

al giorno e spesso torniamo a casa stanchi, senza più tempo né energie per noi stessi.

Ma perché?

Perché dobbiamo dedicare una parte così grande della nostra vita al lavoro, se poi ci rimane

così poco tempo per vivere?

Perché non dovremmo avere più tempo per fare volontariato, per goderci l’arte, il teatro, la

musica, la lettura, la natura? Per stare con le persone che amiamo? Per fermarci

semplicemente a respirare e a vivere?

Forse il problema è proprio che ci siamo abituati a misurare il valore della nostra vita

attraverso ciò che produciamo.

Più fai, più vuoi fare. Più lavori, più senti di dover lavorare. Più guadagni, più desideri avere.

E nel frattempo dedichi sempre meno tempo a te stesso.

E così possono nascere dipendenze, malesseri, solitudine e insoddisfazione. Ci ritroviamo a

correre continuamente, convinti che la felicità sia sempre un passo più avanti, mentre

magari ci stiamo perdendo proprio il presente.

E allora mi chiedo: che senso ha una società che si arricchisce economicamente, se le

persone che ne fanno parte hanno sempre meno tempo per vivere?

Forse dovremmo ripensare a cosa significa davvero “vivere bene”.

Non significa necessariamente avere di più. Forse significa avere più tempo. Più relazioni.

Più cultura. Più natura. Più arte. Più solidarietà. Più possibilità di stare insieme agli altri. Il volontariato mi ha ricordato proprio questo: che una persona non vale per quanto produce,

per quanto guadagna, per quanto è bella o per quanto è “perfetta”.

Vale perché è una persona.

E forse dovremmo tutti fermarci un momento, guardarci intorno e ricordarci che la vita non è

qualcosa da rimandare a domani, dopo il prossimo turno di lavoro, dopo il prossimo

obiettivo, dopo aver raggiunto quella presunta perfezione che, in realtà, non esiste.

La vita è adesso.

E forse dovremmo imparare, semplicemente, a viverla.

ALESSIA BRUGNANO

1 Comment

  1. tatiana saran ha detto:

    Sono parole di oro, Bravissima ❤️ complimenti!!! 👏

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