
[Adelaide Lazzarini]
Con lo stesso spirito, di quando hai appena finito d’impacchettare tutte le tue cose per un trasloco, che ti guardi intorno per assicurarti che nulla sia stato dimenticato, così capita in alcune giornate più che in altre, di trovarsi in stanze vuote di presenze, a ricercare vissuti che diano conforto e sollievo all’anima.
Si prediligono ricordi capaci di strappare ancora un sorriso, mentre si sorvola intenzionalmente sugli altri, quelli brutti, che pesano come mattoni, gli stessi mattoni che hanno edificato la facciata che ti rappresenta.
Mentre dopo un trasloco ti prende l’entusiasmo per la novità, nel tramonto della vita, l’entusiasmo affievolisce… hai lavorato e ti sei preso cura della tua famiglia. Hai svolto il compito designato, niente di eccezionale. Eccezionale sarebbe stato se tu avessi realizzato quello che ti sarebbe piaciuto fare della tua vita: essere padrone di se stesso non è cosa da poco! Possediamo facoltà mentali che spesso ignoriamo, tipo l’immaginazione e la fantasia che, se messe in atto, possono dar slancio e colore a grigie giornate appiattite. Ed è proprio lì, nel profondo dei pensieri, che mi ritrovo seduta su una di quelle pietre segnaletiche, poste ai margini delle vecchie strade statali, in prossimità di un incrocio, a decidere in quale direzione andare.
Non si ascolta l’istinto che fa brillare gli occhi al solo pensiero, non fa parte della nostra educazione seguire l’istinto, così la ragione prende il sopravvento. La ragione sta lì a ricordarti, riempiendoti di sensi di colpa, che non bisogna deludere le aspettative degli altri.
I dubbi nel presente ti assalgono mettendoti davanti a mille perplessità… se avessi fatto questa scelta invece di… se mi fossi comportata così invece di… Tanti SE e troppo pochi MA, non si riesce mai a trovare una giustificazione plausibile, quasi mai un perdono! Restano i ricordi dai quali puoi attingere, trastullandoti a cambiare lo svolgimento degli eventi, immaginando una nuova versione del film che ti farai e assicurandoti che abbia almeno un finale migliore.
Viveva un tempo, vicino la mia casa, un uomo che possedeva un asino. Non doveva essere troppo anziano, ma provato dalla fatica nei campi e dalla vita scandita sempre dal solito ritmo, lo sembrava. Indossava la giacca di un vestito che ricordava tempi migliori e la portava sopra la camicia di flanella abbottonata fino al collo. I suoi scarponi erano logori e vissuti, i pantaloni tenuti su da una cordicella. Sulla testa una coppola e quando la toglieva i suoi capelli ne avevano assunto tutta la forma. Sguardo triste e malinconico, mascella inferiore cadente. A volte sembrava che il suo asino lo imitasse nelle espressioni… Usciva la mattina presto e la sera, poco prima del tramonto, ritornava con l’asino carico nelle “visazze”. Noi, ragazzini del vicinato, sentendo lo scalpitio lento e pesante dell’asino in avvicinamento, gli correvamo incontro, accogliendolo con vocalizzi di esultanza e d’ incitazione. Le abitazioni erano situate in un vicolo con una leggera discesa, la strada era fatta di grossi ciottoli bianchi che diventavano scivolosi quando un po’ di umidità li ricopriva. Il povero asino, appesantito dal carico, spesso slittava rischiando di finire a zampe all’aria. Nello slittamento provocava un rumore sordo e pieno, da farci allontanare tutti per lo spavento mentre il cuore ci batteva forte in gola… Dopo aver assicurato le briglie nell’anello di ferro murato vicino alla porta di casa, l’anziano signore, lo alleggeriva dal carico, togliendogli per ultimo il “mastu”. E l’asino restava li, forse tutta la notte (non ho ricordo di una stalla per il ricovero).
Con quelle ciglia folte e lunghe, da far invidia alle modelle, sembrava mi chiedesse con lo sguardo di allontanargli le mosche che gli ronzavano intorno agli occhi e non sembrava per niente un animale stupido come invece ci avevano fatto intendere tra i banchi di scuola…
Mia madre, sempre molto fantasiosa, con la complicità dell’uomo che annuiva soltanto senza proferire parola, mi fece credere che l’asino aveva così tanta forza da riuscire a trascinare la nostra casa per intero, dopo essere stata sollevata da terra e munita di ruote, da un paese a un altro senza sforzarsi troppo e che tutto questo era possibile. Con l’ingenuità e l’innocenza tipica dei bambini, ci avevo creduto in pieno! La stessa creduloneria di quando ti dicono che arriva la Befana o il topolino dei denti. Io ho creduto anche all’omino volante, di cui non ricordo il nome, che cospargeva l’aria di una polverina urticante da far bruciare gli occhi ai bambini che ancora non si erano addormentati. Ho creduto anche alla figura di una donnina, che forse si chiamava “Cannilora”, che avrebbe messo in bocca una patata bollente a tutti quei bambini che avrebbe trovato a bocca aperta mentre dormivano. Anche se oggi possono apparire alquanto malvagie, queste antiche storielle illusorie, tramandate o forse inventate, ma in ogni caso dimenticate, alla fine le considero molto belle e anche istruttive, più che dell’asino, reale, tra i banchi di scuola. Le prime si fondavano su un insegnamento educativo e comportamentale, magari mi sbaglierò, le seconde avevano il potere di amputare le gambe a chi zoppicava: riuscivano a umiliare e a far perdere la fiducia in se stessi.
Per fortuna, oggi è tutto cambiato (lo dico con ironia), i bambini vanno a letto con i telefonini e i videogiochi. Chi ha voglia di ascoltare una favola, se la lascia raccontare da una voce dal timbro metallico che sbaglia negli accenti, mentre chi si addormenta con i videogiochi, continua, anche nel sonno, a combattere la battaglia contro il nemico per tutta la notte.
Anche il rapporto genitori – insegnanti è cambiato, oggi si considerano quasi rivali mentre prima cooperavano nell’educazione da impartire ai ragazzi, magari esagerando, ma all’epoca era tutto impostato sulla disciplina. Le storielle, seppur antiche, si elaboravano nell’immaginario, stimolando lo sviluppo della fantasia nel bambino. Almeno io immaginavo di poterli incontrare questi folletti della notte e, con la bocca serrata e un occhio appena socchiuso, ben nascosta sotto le coperte, sbirciavo nel buio il loro arrivo sperando di cogliendoli di sorpresa, e di riuscire a parlare con loro e farmeli amici, magari avevano bisogno di un aiutante e in cambio mi avrebbero insegnato a volare! Contavo sulle mie capacità persuasive e ogni sera montavo di guardia e li attendevo, finché sopraffatta dal sonno, mi addormentavo.
Aspettavo impaziente, il rientro dell’asino e del suo padrone. Speravo, ogni volta, che quello sarebbe stato il giorno giusto per traslocare; ma loro tornavano stanchi e dovevano riposare… Avevo fretta e voglia di conoscere paesi diversi, usanze, odori, persone diverse, portandomi dietro, come una tartaruga, non solo le mura domestiche, ma tutta la mia famiglia che avrebbe continuato a darmi protezione, affetto e sicurezza; ma ovviamente questo non avvenne, anche se più tardi, negli anni, il trasloco, senza aver messo le ruote alla casa, avvenne in solitaria.
Chissà perché poi quando avviene (o per studio o per lavoro il distacco avviene sempre), ti ritrovi a salutare parenti e amici come fosse un addio, qualcosa ti suggerisce che, al tuo ritorno, niente sarà più come prima, il dolore profondo per la separazione cammina a braccetto con la nostalgia, togliendoti perfino il respiro per giorni e giorni… e ancora giorni!
Quando tornai dopo qualche tempo, non trovai più né l’asino, né tantomeno il padrone.
Quel signore tanto umile, così accondiscendente e di poche parole, giace in una tomba priva di attenzioni. Guardo la sua foto e nei suoi occhi vedo lo stesso sguardo del suo fedele servitore e penso che siano ancora insieme, riconoscenti l’uno dell’altro per la grande collaborazione che li ha uniti in vita e che, mi piace pensare, continui a unirli anche nell’eternità. Oggi, la sua tomba avrà un fiore in segno di gratitudine, per questa grande emozione che ha saputo darmi e che ancora oggi, indelebile, vive in me.
In fondo, nella vita, si aspetta di continuo qualcosa e, quando arriva, il desiderio cambia e si aspetta dell’altro; fa parte dell’indole umana rincorrere sempre nuovi obiettivi. C’è chi aspetta l’asino, chi un lavoro e chi la pensione, chi la nuova stagione e chi una vita migliore… si aspetta!
Se dovessimo riviverla un’altra volta questa nostra vita, commetteremmo sempre gli stessi errori, se consideriamo errori le scelte fatte. Ogni tanto bisogna scendere nel magazzino dei ricordi, a ricercare in quei frammenti, in quelle pennellate di ricordi, quelle scintille luminose che hanno dato luce all’essere che siamo.
I traslochi, i cambiamenti di luogo e le stanze che risuonano di vuoto, non mi mettono più in ansia, ci sono ricordi capaci di avvicinare le distanze, so che spesso sarò lì, a rovistare in quei cassetti, in quel bagaglio intrinseco e stupefacente colmo di emozioni impresse e immagazzinate nella mente.
da: Cotroneinforma n. 152/2025
